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Archive for the ‘Social media’ Category

Presa di coscienza: la piena realizzazione del previsto merger tra social media e marketing è ancora lontana. I tentativi, come si è visto, sono innumerevoli – a volte pregevoli, molto spesso deprecabili. L’errore fondamentale è principalmente uno: l’aver cercato di veicolare gli stessi contenuti da un media (Tv) all’altro (web 2.0) senza capire le profonde differenze che intercorrono tra i due. Senza considerare lo scarto tra knowledge e understanding.

Un evidenza, questa, sottolineata anche da Forrester Research, che ha da poco condotto una ricerca sul tema analizzando i tentativi di Social Network Marketing di 16 compagnie globali provenienti da 4 diverse industrie: automotive, media, IT e consumer. Praticamente tutti rimandati.
Solo la BMW Serie 1 ha passato gli esami, mentre metà delle aziende prese in esame ho totalizzato un punteggio pari o addirittura inferiore a zero.

Seondo Forrester, sono tre i principali errori in cui cadono le aziende che intraprendono programmi di social media marketing:

  1. I marketers usano troppo spesso i social network ad esclusivo scopo di rapido word of mouth, creando contenuti facilmente divulgabile ma dimenticando che uno dei concetti chiave del 2.0 è che i contenuti devono poter essere creati dagli utenti stessi..
  2. Un altro grave errore sono le scarse possibilità di far interagire tra loro i membri all’interno di una community. Le aziende, all’interno dei propri spazi su questi nuovi media, dovrebbero incentivare al massimo lo scambio e l’interazione, promuovendo forum, lanciando discussioni, permettendo di esprimere giudizi ad esempio sui propri prodotti.
  3. Infine ci si dovrebbe ricordare che in quest’universo prima di promuovere è fondamentale ascoltare. Quasi tutte le companies hanno peccato di reticenza nell’entrare in prima persona all’interno del medium, rimanendone solo promotori e osservatori ma senza coinvolgersi. Creando così un distacco facilmente avvertibile dagli utenti.

L’intera ricerca Forrester è scaricabile qui, anche se ad un costo non tra i più accessibili.

Forrester ha preso in esame un panel molto ristretto di aziende. Gli sbarchi in questo nuovo mondo dei nuovi media si ripetono quotidianamente ed esponenzialmente, attirati dalla fertilità di questa terra e anche – o soprattutto – per non rimanere indietro rispetto ai competitors.
La stessa Forrester ha una radicata presenza all’interno del social media world con 12 blogs, una Discussion Board interattiva, un account twitter ed un canale YouTube.
Oltre che ovviamente una pagina dedicate su Facebook, che resta il principale bacino di contenuti di social marketing.

Anche qui basti vedere il numero crescente di fan pages e applicazioni company generated: le prime sono appannaggio quasi esclusivamente di retailer (soprattutto fashion – vedi H&M – e food come KFC e Taco Bell). Ma ci provano anche i media, dal New York Times all’ Economist, fino ai periodici Condè Nast (Traveller e Vogue Uomo per citarne due…).

A mio avviso la più interessante resta la Career Page di creata da Ernst & Young per fare recruiting via Facebook.
Poca roba invece sul fronte delle Applicazioni, dove si va dal “wink” sponsorizzato dalle lenti Acuvue, al network allestito da Visa per i piccoli imprenditori…

Idee buone non ne mancano, cosi come le opportunità. Un pò più di comprensione non solo dei meccanismi ma anche delle logiche del mezzo potrebbe portare a buoni risultati.

Per adesso è un 5/6.

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Terzo e ultimo post (per ora) dedicato a Twitter..

Mi sono già espresso sulle potenzialità del mezzo, in termini che vanno dal business2customer ai servizi di caring. Ma come tutti isocial media, presenta a livello corporate insidie non indifferenti.
Jeremiah Owyang, esperto in materia, ne posta di tanto in tanto ottimi esempi, in una lista di worst-practice che rimangono a monito verso aziende che ignorano o malgesticono la sfera 2.0.

Com’era prevedibile, gli esempi di usi deviati e devianti di twitter si stanno moltiplicando di pari passo con la sua popolarità (si veda qui ad esempio qui ).

Ma il caso più didascalico (e puntualmente presente nella lista di Owyang) è quello del brandjacking ai danni di Exxon Mobil Corp.

Il fatto risale ai primi di Agosto, quando su Twitter è comparso un account a nome (e logo) Exxon Mobil Corp, con sullo sfondo tanto di barili e distributori con brand bene in evidenza. Primo sospetto suscitato: le immagini sono tratte dal sito Exxon e non Exxon Mobil, differenza che in termini di brand non è così sottile.

La persona dietro l’account – chiamatasi Janet – pretendeva di essere una figura interna alla Exxon adibita al ruolo di rispondere via Twitter alle domande dei clienti followers.
Secondo sospetto sucitato: possibile che la più grande compagnia petrolifera al mondo (nata dallo “scioglimento” di quella Standard Oil la cui voce era proprio Ivy Lee, l’uomo che ha inventato le pubbliche relazioni) avesse assunto per promuovere la propria immagine nella twittersfera una persona così poco pratica di comunicazione? Basti pensare a come è stata trattata la delicata questione Exxon Valdez: …alle recriminazioni dei followers in merito, Janet rispose che l’incidente “non rientrava neanche tra le prime dieci tragedie analoghe”. Una risposta idiota.

E’ poi bastato che un paio di bloggers scrivessero dello sbarco della Exxon nell’universo social media perché venisse fuori la verità: la compagnia ha subito negato alcun coinvolgimento nell’account.
Lodevole che la Exxon invece di scagliare avvocati armati di citazioni per violazione del trademark abbiano deciso di usare il guanto di velluto e di rispondere solo all’interno del contesto, in stile social media (ecco l’arte di comunicare lasciata in eredità da Lee…).

Ora di Janet rimane solo questo…

Gli spokeperson (questa volta ufficiali: Alan Jeffers, Public Affaire manager) hanno dato la colpa del brandjacking al mancato monitoraggio del loro stesso brand online (vale per twitter così come per Identi.ca e simili o per le rooms di Friendfeed..).
Jeremiah Owyang gli ha rivolto alcune interessanti domande in merito (si possono trovare qui), tra cui:

What lessons have you learned about monitoring your brands in social networks?
“We need to be diligent about what is being said about you, by you, and those pretending to be you”

Ma monitorare, ascoltare (parola chiave per usare al meglio e saper gestire tutti i social media), oltre che per prevenire può essere un’ottima pratica anche per promuoversi.

Saper usare bene Twitter Search può dimostrarsi un’ottima chanche anche per fare new business (check out this Chris Brogan’s post).

Inserite un search term come ad esempio – banalmente – startup

Poi iscrivetevi ai feed della query e aggiungetelo al vostro lettore di RSS.

Potete ovviamente inserire numerosi filtri o ri-tarare le vostre ricerche a seconda dei risultati.
Scoprirete che non è impossibile trovare una startup con problemi di PR a cui proporre una consulenza. O alla quale promuoversi.

Do your homework: Go listen to the twittersphere!

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Continuando il discorso Twitter

Nel precedente post ho cercato di elencare quali che siano i pregi e i benefici di usare twitter per promuovere il proprio brand (e più in generale di come fare business con twitter).
La rete si sta popolando sempre più di saggi e dispense sull’argomento – critici o entusiastici – ma c’è un generico consiglio che trascende molti dei post dedicati al Corporate Twitting, e mi sento di contribuire a propagare quest’eco.

Il consiglio è semplice come la realtà dei microblogging ed è stato il parto naturale del vastissimo filone di bloggers che hanno in odio il pr spamming (un odio che si traduce spesso in un diretto astio verso la categoria stessa, che faccia spam o meno).
Lo spam è un punto molto caldo della spesso difficile relazione bloggers-pr e sicuramente il principale argomento di dibattito e di incomprensione (sento sempre più spesso parlar di colleghi che partendo da incaute blogger relations si sono trovati a gestire una crisi).

Il consiglio/regola per chiunque voglia fare o promuovere il proprio business via tweets è essere umani.

thanks mallix for having uploaded this under CC..

thanks mallix for having uploaded this under CC..

Twitter è un media sociale e per questo ha una platea sociale di utenti attivi consapevoli ed affermanti la propria identità. Utenti che vanno inanzitutto ascoltati e dei quai bisogna indagare per prima cosa esigenze ed interessi (usate TwitterSearch per vedere come parlano di voi e della vostra azienda).

E essere umani significa non agire come l’azienda ma come persone (rendersi conto che dietro ogni twitter account c’è una persona vera) e seguire la conversazione.

Un modo per far ciò è scrivere anche di quello che non concerne direttamente il proprio prodotto, ma allagare le vedute del proprio business. Si veda l’utile twitter di Jet Blue che dà consigli di viaggio, o quello di Whole Foods che suggerisce anche ricette.
La parola chiave è partecipazione (partecipare alla conversazione).
Un altro modo può essere invece far parlare i dipendenti – invece di uno logo – come fa la Dell.

Fondamentale poi saper intercettare al meglio domande e richieste dei propri consumatori. In questo è regina (anche solo perché pionere) la Comcast, che ha deviato buona parte del suo customer care su twitter, con risultati che lasciano sperare possa essere uno step presto intrapreso da molte companies.

Bene tenere a mente poi che – come in tutte le conversazioni – è buona regola non solo rispondere ma anche fare domande. Lo polidirezionalità dello scambio dev’essere una prerogativa di ogni media che vuole essere usato in modo sociale.

Il rischio, a non voler seguire queste piccole semplici regole, è di diventare una figura ormai sempre più rigorrente nei post dei blogger più influenti e che può mettere a serio rischio la relazione con questi. Il rischio è di diventare quello che Shannon Paul ben descive come that (social media) guy.

Come capire se si è uno di questi? Sempre Shannon opta per 5 semplici step indicativi:

Are you that guy? Here are 5 things that guy does to inspire hatred and annoyance in social media circles:

1. Set up a Twitter account and tweet about your product/blog/website/agenda more than 50 percent of the time.
2. Post comments on blogs with the sole purpose of promoting your product – Bonus points for adding extra links to your product/blog/website/agenda.
3. Keep all communication professional. Don’t bother engaging in conversation that is irrelevant to your professional agenda, keep your motivations secret and avoid offering personal opinions. After all, your opinions may differ from those you’re trying to pitch.
4. Quickly dismiss all posts that might be considered negative as being uninformed or lacking in information. Contradict the author, but make no attempt to clarify or offer an explanation that might be helpful for the discussion.
5. Wait to get involved in social media until your product is ready to launch or has already launched. Don’t get involved in social networks until you have your strategy outlined since you won’t know who you should be targeting.

E’ una logica comunque piuttosto naturale. I social media sono fondamentalmente conversazione. Immaginatevi di partecipare ad una conversazione in cui c’è uno degli ospiti che non la smette di parlare del nuovo prodotto lanciato dalla propria azienda o un altro che cerca in tutti i modi di vendervi qualcosa.
E poi pensate ad un terzo invitato che sapete benissimo lavori per una compagnia aerea ma che invece di tediarvi elencando le fantastiche tariffe in offerta per la stagione vi racconta di un posto in cui vi sono cascate altre 130 metri il cui fronte supera il chilometro in lunghezza.

Voi chi ascoltereste più volentieri?

Sarete allora voi stessi a chieder lui come arrivare in questo posto.
E lui sarà felicissimo di offrirvi una convenientissima risposta.

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I social network hanno portato a termine il traghettamento – iniziato solo alla fine degli anni ’90 – dall’epoca d’oro del branding giocato sulla creatività del logo all’attuale branding giocato sulla creatività del posizionamento.

Negli anni ottanta la lotta era per apporre il proprio logo sui muri, poi i pubblicitarì si sono accorti che la gente più che guardar per strada puntava gli occhi alla tv e la battaglia si è spostata al tubo catodico.

Oggi l’attenzione sono la rete e ciò che ci gira intorno. Una manna per PR e marketers, data la viralità del mezzo.

I muri li guardavano solo quelli che ci passano accanto. La televisione raggiungeva sì tutti, ma era facoltà di tutti cambiare canale. Sono meno di un centinaio gli spot che nella storia della tv hanno portato gli utenti a volerne guardare il contenuto con una specifica attenzione.

Grazie al social networking è invece lo stesso utente ad avere la facoltà di partecipare al brand, un potere che porta con se l’onere e l’onore della scelta.

Presa consapevolezza di questo, la guerra del branding è migrata in rete dove ha trovato un terreno assai fertile dove crescere senza dare troppo nell’occhio (parola d’ordine: evitare la sovraesposizione).

Fondamentale però tenere a mente che – come ricordatoci sopra – la regola aurea dev’essere di non semplicemente esportare i contenuti da un media all’altro, ma di plasmarli e addattarli, renderli leggibili per il nuovo popolo di utenti, tenendo sempre bene a mente l’importanza dell’utilità del messaggio e dei bisogni del consumatore e rendendo il tutto facilmente fruibile e sopratutto divulgabile.

Gli esempi in tal senso sono tanti . Ma un tool che si sta rilevando particolarmente propenso e a mio avviso efficace è twitter.

Basta dare un’occhiata a questo Twitter Brand Index per farsi un’idea di quanti brand la pensino allo stesso modo.

C’è chi lo usa per aggiornare delle novità in arrivo o per promuovere le proprie iniziative (veicolando spesso press release ufficiali – ..bad), e chi – mooolto più efficacemente – lo usa per parlare con i propri clienti in modo diverso, commentando l’attualità, proponendo dibattiti o affermando la propria posizione in merito a particolari issue, lasciando solo la propria firma a far da velata subliminalità.

O chi, ancora meglio, lo usa per rispondere alle domande dei propri customer, come Firefox, o GM, che l’ha integrato con il proprio blog (non il massimo, ma è un passo avanti rispetto a molti competitors), o come Intel che lo utilizza a fini di recruiting.

La corsa a twitter è continua, ci trovi un pò tutti dalla Motorola alle M&M’s, dalla Honda fino alla Rio Tinto (..geniale). Così come i giornali, che cercano ogni giorno di più di spostarsi verso l’integrazione perfetta con la rete per un domani dire definitivamente addio alla carta e ai suoi costi: Financial Times, WSJ, il NewYorker, la Reuters.
Feed sul tuo Twit, un altro passo verso la notizia (quella che ti serve) che cerca te e non tu che cerchi lei.
Le notizie come le informazioni: vuoi novità su un film o su uno spettacolo a Las Vegas, o aggiornamenti sulla campagna acquisti dei Detroit Pistons? Eccoli..

Twitter è nevralgico, è un’immensa frenetica città virtuale, con i suoi musei (Brooklyn Museum) e zoo (quello di San Francisco).

Una città in microblogging, con tanto di mezzi di trasporto (il mio preferito: il twit della BART di SF..) e fiumi d’opportunità per i PR pros che hanno un nuovo potente mezzo per diffondere in a gently & friendly way il proprio messaggio.

E che prendano nota nota non solo i marketers, ma anche gli spin doctors e i campaign manager: se anche la politica va al 2.0, anche Twitter può spostar voti. Chi non ci crede dia un occhio agli oltre 55,000 followers di Mr. Obama.

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Dopo tanto parlar di brand, è salutare fare un salto nel campo in cui l’arte dello spin è germogliata: la politica.

Le primarie prima e le presidenziali ora, stanno dimostrando la disponibilità al 2.0 anche della politica, per la gioia dei campaign manager che hanno adesso tra le mani un nuovo potente strumento attraverso il quale cercare di dare il giusto spin ai candidati.

Al pomeriggio di ieri, erano stato uploadato un totale di 1410 video su You Tube inerenti i senatori John McCain e Barack Obama, con deciso – e quasi impressionate – sbilanciamento a favore del candidato democratico (1186 vs. 224).

Di questa marea, i video a mio avviso più interessanti – per svariati motivi – sono quelli postati dai campaign manager stessi, quelli in cui sono loro a parlare in prima persona. Prendendo in considerazione questo campione , nonostante il palese minor interesse del partito repubblicano per il mondo dei social media, l’onore del primo video spetta al responsabile della campagna McCain, che lo ha postato a dicembre 07, in piene primarie.

Rick Davis, non certo uno scout, spiega in 6 minuti e in maniera sistematica e metodologica le ragioni per cui McCain is the most electable Republican — there is no other conservative Republican who can beat Hillary Clinton“, predicendo e anticipando anche alcuni momenti salienti delle primarie in corso, come lo scontro – che si rivelerà molto utile per McCain – tra Romney e Huckabee in Iowa.

Circa sei mesi più tardi, alla conquista da parte di Obama della nomination democratica, Davis postato un altro video: the McCain 2008 Strategy Briefing.


In questo, lungo più del doppio del precedente (14 min) e visto da più del doppio degli utenti (circa 13.000), Davis attacca direttamente l’ambiente politico, definendolo “probably the worst in our party’s history”.

Quindi passa in rassegna come uno stratega chino sul tabellone di Risiko le principali regioni americane riassumendone i principali crucci (sostanzialmente: economia e Iraq) e focalizzandosi sui più delicati campi di battaglia (Ohio e Pennsylvania) dichiarando strategicamente l’obbiettivo da conquistare: espandere la base repubblicana attirando gli indipendenti e conquistando i democratici sfiduciati. Addirittura si avventura nello spinoso e spinato campo dell’elettorato ispanico, sostenendone l’importanza, specie in California e nel southwest.

Sommariamente, uno stile sobrio, formale, nostalgico e un po’ militaresco, decisamente datato.

E decisamente il contrario dello stile del collega annidato dall’altra parte della barricata: David Plouffe, più giovane e decisamente più digital (almeno ha una pagina dedicata in Wikipedia… se si cerca in rete di Davis si trova quasi solo dell’omonimo calciatore che giocò nei New York Cosmos negli anni ’80…)

Il primo video di Plouffe, datato Giugno 2008,


è tutto fuorché formale: si parte da un’inquadratura di Plouffe nel suo ufficio disadorno che, un po’ dondolando sulla sedia, quasi chiacchierasse con l’utente, introduce e quindi commenta slides prese direttamente dal suo labtop – con effetto “friendly homemade”. Rispetto ai video di Davis, vengono esposti molti meno dettagli su strategie e piani della campagna, ma piuttosto si spronano i supporter a donare a favore del candidato.

Cambia il tipo di destinatario e il modo in cui a loro ci si rivolge: “all of you who are out there working so hard, continuing to contribute money, knocking on doors for us”. Più che i numeri – che restano sempre e comunque importanti in una campagna – a scandire il video è un senso di “entusiasmo”, sottolineato dall’affiatamento con cui Plouffe coinvolge l’utente (un affiatamento che sembra anche tradursi nella postura e nei gesti, senza però mai eccedere) e dai dati snocciolati (“only 45% of McCain’s voters say they’re enthusiastic, compared to 81% of Obama’s voters” – fonte un sondaggio di LA Times).

Anche nel secondo video, David Plouffe’s strategy Update, il focus è su donatori e volontari, su quello che lui chiama “unprecedented grassroots suppors” che consiste il un 1,7 milioni di donatori ed un milione di volontari.

Entrambi i video di Plouffe sono stati visti oltre 40,000 volte.

Grazie alla rete abbiamo oggi più informazioni su una campagna di quante ce ne sia mai interessato avere. Ma soprattutto – grazie alla viralità e alla dimensione sociale del 2.0 – un buon spin doctor può effettivamente trasmettere il senso che i cittadini non sono più parte passiva di una campagna, ma ne sono anch’essi artefici attivi. Diventano loro stessi divulgatori.

L’illusione (senza accezione negativa nel termine) è che siamo tutti campaign manager, quando DIGGiamo un video, lo postiamo su Facebook o lo condividiamo via del.icio.us.

Ergo, il campaign manager in pectore ha un doppio lavoro e una responsabilità al cubo: lo spin doctor 2.0 diffondendo e dando in consegna a sprovveduti utenti le proprie armi ha sì a disposizione un esercito di comunicatori senza precedenti ne paragoni, ma deve stare molto attento affinché queste armi funzionino al meglio, siano maneggevoli e facili da usare, e che vengano puntate nella giusta direzione.

Il miglior modo per farlo è allora quello di immedesimarsi negli utenti stessi cui ci rivolgiamo: parlare nel modo in cui parlerebbero loro (senza mettergli in bocca parole e numeri che rischierebbero di usare a sproposito), vestire, muoversi, guiardare fisso la webcam come fossero loro e non un lobbysta a star uploadando un video.

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Il cosa definisca un PR 2.0 è un’annosa questione. La rete esonda di definizioni e punti di vista, ma a mio avviso il modo migliore per comprenderne il succo è prendersi del tempo (non poco…) e dedicarsi alla lettura di questo post, che rende omaggio a Tamar Weinberg e alla sua dedizione nello scomodare quanti più inerenti maitre-a-penser , da Geoff Livingstone a Brian Solis, per domandare loro: what traits define a Social Media Marketer?

E non puntualizzatemi il fatto che tra PR e marketer c’è più di una sottile differenza. Un altro degli infiniti pregi (o vantaggi) del web 2.0 è proprio l’aver livellato molte le differenze, creando un campo di gioco così neutro e sperimentale che è paragonabile alle origini del marketing e della comunicazione come l’abbiamo intesa dagli albori del 900.

Il gioco è aperto e facilmente contaminabile.

La comunicazione in quanto sociale diventa patrimonio di tutti: così come il marketing, così come le PR.

Così come la creatività, così come la musica e l’immagine.

Ed ecco che con un volo pindarico ritorno a Tamar ed al suo post decorato di immagini tratte da Digital Bites – lo stupendo set di Flickr di Will Lion.

Immagini in Creative Commons che aiutano a trasmettere la potenza dei Social Media e la loro potenzialità in termini PR.

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Le esigenze di un cliente mi hanno costretto a rispolverare un po’ di strumenti PR per il lancio di start up. Mi è quindi tornato alla memoria un post recentemente letto e pubblicato un paio di mesi fa su TechCruch, che ospitava come guest author l’ottimo Brian Solis.

Il fondatore e capo di FutureWorks, nonchè maître à penser dell’arte dello spin e della comunicazione ai tempi del 2.0 è stato interrogato su quali che siano trucchi e segreti per promuovere al meglio la propria start up ai giorni nostri. Ne sono nati 12 secrets particolarmente lungi dall’essere segreti nè tantomeno originali (chiaro che il target non siano PR pros ma sperduti imprenditori per cui comunicazione è sinonimo di adv).

L’unico spunto a mio avviso valevole d’approfondimento mi è sembrato essere l’ultimo:

Secret #12
Follow the Conversations and Join In

As much as media and blogger relations drive traffic and increase your user base, we can’t overlook the importance of social networks such as Facebook, Twitter, Pownce, Jaiku, Digg, Reddit, StumbleUpon, Delicious, Diigo, FriendFeed, Ning, Mixx, Bebo, Get Satisfaction, Google and Yahoo Groups (among many, many others). When executed and managed correctly, and genuinely, the referring numbers can outperform the best articles and posts and the relationships that you create within these networks will prove incredibly valuable throughout the life of your company. This isn’t about promotion or social network spam. This is about dialog driven by the insight you garner from listening to and reading the people who are talking about your company – with or without your direct participation.

Try searching for your company, product, or competitor’s name in any of the above networks or any other social network, to see how they’re being discussed. By researching individual conversations, threads, and/or groups, you’ll find strategic points of entry across the board. This does take time, and may prove too overwhelming for you to run individually. Hiring a community manager or empowering your PR team to do so is a great place to start, that way they can point you to the conversations that require your attention or handle them directly. Listening is as important as publishing. The best listeners make the best conversationalists. Make sure to keep a Google Alert for your company, spokespersons, and products. Reading and responding is critical to managing perceptions, sharing expertise, and building loyalty.

There’s no question, you have to compete for attention and in order to do so effectively and genuinely, you need someone who can help tell your story, the right way, through the people who reach your customers. It’s not an overnight process and it’s not something to “be gamed.” It’s a process of investing in, building and leveraging relationships now and in the long term. And yes, if you do things right, bloggers, reporters, and analysts will want to talk to you about your company and vision along the way.

Un buon punto di partenza per parlare di Social Media Release, e di evoluzione del comunicato stampa verso la multimedialità e la diffusione virale sulla rete.

La social media release è pensata per essere in grado di veicolare, oltre che testi, anche contenuti in formato video, audio, presentazioni e link per approfondimenti.

Attraverso una serie bookmark posti in calce, chi riceve un social media release può decidere di condividerlo all’interno di social network ampliando all’infinito i fruitori del contenuto.

In molti si fanno padri sia dell’etimologia che del concetto. In Italia, alcuni dei migliori esempi di SMR portano in calce il logo Burson-Marsteller, che ha contribuito molto alla causa (sopratutto BM Italia, che è addirittura riuscita a tradurre, esportare ed imporre il proprio modello a livello EMEA). Una breve e veloce rassegna esemplificativa si può trovare qui (…many thanks to Maurino).

Ma per allargare la propria conoscenza sull’argomento non si può che tornare a Brian Solis e a quest’ottimo enciclopedico post. Tutto ciò che avevate sempre voluto sapere sui SMR..

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